il coro dell’Antoniona

Ciao, alcune cose a cui sto pensando ultimamente: i cerchi di luce, il Polo Nord, le streghe, i mammiferi, Samoa, la schiavitù della dipendenza, la virulenza del capitalismo, il potere delle donne, le famiglie con i figli trans, il Protocollo sul Clima delle Nazioni Unite, l’istinto animale e una nuova alleanza globale, le foreste, l’ossigeno, il carbone, le religioni e le gerarchie patriarcali che preferirebbero l’Apocalisse piuttosto che ammettere che secoli di dominazione maschile ci hanno distrutto. Una rivoluzione femminista potrebbe salvare il mondo.

La prima canzone sembra Fiorello che fa l’imitazione di Cocciante, o l’Antonia che fa l’imitazione di se stessa, ed è molto facile che scoraggi i non adepti: per un minuto non fa che ripetere everything is new, è tutto nuovo, e mugolare con il pianofortino e l’arpetta, poi arrivano i violini a vento e l’Antonia impazzisce, abortisce le parole e mugola e basta, e la canzone sfuma, come si dice, senza soluzione di continuità, nel pezzo successivo.

Le prime quattro parole che si capiscono della seconda canzone sono: madre, morire, oceano, piangere. Ci sono queste due chitarre acustiche suonate benissimo con tantissimo plettro, sembra un po’ Sting, non è un complimento, però c’è un bordoncino di violini tremolanti che alla fine rimangono soli soletti nell’oceano balena.

Il terzo pezzo per trenta secondi sembra carico, poi si siede. La terza canzone è la prima che ti fa andare a controllare la posta perché non succede nient’altro. Non mi ha scritto nessuno.

Oh, un organetto. Un contrabbasso con la grattugia. Uno straccio di batteria. Dei fiati. Delle mani flamenche. La quarta canzone è allegra, a suo modo, e l’Antoniona allegrona sembra Lucio Dalla.

La quinta canzone è uno strumentale di trentacinque secondi che si intitola Violetta.

La sesta canzone inizia al contrario, nel senso proprio dei nastri mandati all’indietro (toh, i Beatles). Poi, no, davvero, Swanlights spacca, luci di cigno, lucignoli, c’è questo chitarrone processato che ti porta a spasso per sei minuti di delirio e certo che non è musica da sottofondo, le ragazze stanno male, però luci di cigni sta lì apposta per ricordarti, dopo quattro canzoni e mezzo, il motivo per cui l’Antonia a suo tempo fece impazzire Lou Reed.

La settima canzone inizia, indovina un po’, con un pianoforte. I dischi in cui il cantante suona il pianoforte e non si sente lo scricchiolìo dello sgabello sotto al culo sono dischi registrati troppo bene, dove “troppo bene” è un difetto. Poi niente, arrivano i violini e ti aspetti il solito crescendo che in effetti arriva, ma poco, un crescendino, poi basta.

L’ottima canzone è poi il singolo che dava il titolo all’EP con il torso nudo uscito un paio di mesi fa, si chiama Thank You For Your Love, grazie per il tuo amore e non c’entra un tubo con il resto di questo disco, che si chiama Swanlights e finora luci di cigno è l’unica canzone sensata, e in effetti non c’entra un tubo con il resto del disco, ma mancano ancora tre pezzi, magari si ripiglia, mentre l’Antonia canta thank you thank you thank you sopra le trombette (toh, i Beatles).

La nona canzone all’inizio sembra Mozart, poi arriva Björk, nel senso proprio della cantante Björk ospite in questo disco, pensa te, non lo sapevo. Fanno tutta una roba a due voci che ogni tanto diventano quattro, voci e pianoforte, lento e veloce, lento e veloce, sembrano le prove di un musical, però Björk spacca, dai, un disco tutto sommato noiosissimo in cui verso la fine spunta Björk sembra un po’ quei film tutto sommato noiosissimi in cui verso la fine spunta, boh, Björk. Ah, questa canzone si chiama Fletta. Non avele fletta. Ah, ah.

Sale Argento Ossigeno è il titolo della decima canzone, che ha i violini pizzicati e i flautini e un’idea di xylofono sottile lassù in cima, poi a metà arrivano le corde grosse degli archi dell’orchestra e la voce di Antony è sempre la solita degli ultimi cinque anni, non è che ti sbagli. Archi, pianoforte, sale, scende, finita.

L’ultima canzone dura sette minuti e venti secondi e si chiama La Fattoria di Cristina, questo disco si chiama Swanlights, l’avevo già detto, è il nuovo di Antony & The Johsons ed esce tra un mese, non mi sembra che ci siano date italiane di Antony & The Johnsons, per fortuna. Quest’ultima canzone ripete in continuazione everything is new, è tutto nuovo, come la prima, ma non è mica vero.

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dove la C sta per cervello e la T per te

Roky senza C, cosa ci vuoi fare, il poveretto, è texano, scrive le canzoni, le canta, suona la chitarra, l’armonica, sbaglia sbadìla e sbadiglia.

A 18 anni (è il 1965) Roky mette su un gruppo insieme al suo amico Tommy e lo chiama Ascensori Per Il Tredicesimo Piano e in quel gruppo sembra a un certo punto che debba cantarci Janis Joplin, quella Janis Joplin. Poi purtroppo arriva un californiano di nome Chet

che T dice

va là Janis, cosa ci vai a fare in Texas, vieni in California che c’è la droga buona. Ciao, Roky senza C, ‘iao.

A 21 anni (è il 1968) Roky è a spasso per Austin e tutto d’un tratto diventa plurale e si mette a parlare con tutte le voci del Diavolo, il cervello gli va da tutte le parti e il dottore diagnostica uno stadio piuttosto avanzato di paranoia schizoide, o schizofrenia paranoide, che ne sappiamo in fondo, siamo troppi qua dentro, ciao Janis, ‘iao

Roky finisce con una camicia bianca a maniche lunghe nel manicomio di Houston e non si sta nemmeno troppo scomodi in questa cameretta, i cuscini alle pareti, la torazina nel caffellatte e gli elettroshock dopo pranzo, Antonin Artaud al tredicesimo piano c’è sempre andato a piedi.

A 22 anni (è il 1969) Roky si fa la sua personalissima Estate dell’Amore Personale con due anni di ritardo: è a spasso per Austin, come al solito, ha una canna in tasca, come al solito, una canna nel senso degli spinelli, dai, una cannetta, cosa vuoi che sia, sono gli anni Sessanta, uso personale, sta a vedere che

sta a vedere un cazzo, la finanza texana scherza pochissimo e infatti lo fermano e lo arrestano e lo mettono in galera, Ma come? Eh, sì, poi si accorgono che è matto e invece di dargli l’infermità mentale lo mandano nel manicomio criminale di Austin, elettroshock a colazione e torazina prima dei pasti, ho come un déjà vu, mi sa che non ci vado a fare la doccia.

È il 1982, l’Italia di Bearzot vince i Mondiali e Roky è un chitarrista quarantenne con un caco al posto del cervello, allora chiama un notaio e gli dice Notaio, prenda nota, ho i topi nelle vene, vorrei dire ai Marziani, perché i Marziani stanno arrivando, vorrei dire ai Marziani che con me hanno già fatto un lavorino con tutti i crismi, sono abitato, giuro, avete ragione voi, abbiamo ragione noi, adesso però andatevene, per favore, andate in cabina a svegliare il pifferaio e ditegli che mi tolga di mezzo i topi, se può, per favore. Con simpatia, Roky Erickson.

Il notaio chiama la polizia e Roky fa un altro giro nella bolgia delle saponette

A questo punto evado, dice, e in effetti evade, poi però lo prendono quasi subito, gli danno dell’altra scossa e dell’altra torazina,

per sette anni.

È il 1989, viene giù il Muro e Roky si appassiona alle crittografie aliene nella corrispondenza dei suoi vicini di casa e allora inizia a svuotare tutte le cassette del quartiere e insomma ruba la posta, è un reato, poi fodera le pareti del cesso con delle lettere che sembrano dei cuscini e dopo un mese lo arrestano ancora.

Finisce l’altro ieri questa storia, con un giudice texano mosso a pietà da un sessantenne bruciato che ha visto più medici che fonici e ha un fratello minore, Giovanni, il cui nome è l’unico dettaglio inventato di questa storia, Riprenditelo, Giovanni, stagli dietro se ti riesce, la seduta è tolta.

Roky Erickson ha fatto un disco nuovo, il primo dopo quattordici anni di silenzio, si chiama Ture Love Casts Out All Evil, l’amore vince sull’indifferenza e sull’odio. E niente, questo disco è proprio brutto, ma brutto come quei dischi country che li ascolti e non ti dicono niente, ed è un peccato, ci suonano gli Okkervill River che sono molto fighi anche se non li conosce nessuno ed è uscito per la famosa etichetta Anti, quella di Tom Waits, cioè, quella del bassista dei Primus che ultimamente sta facendo uscire i dischi di Tom Waits, ma questo disco è una noia, uno si augura che il Disco Del Ritorno dell’ultimo dei pazzi fricchettoni sia come una specie di Syd Barrett possibile e invece niente, la tua musica non è sbumballata come la tua vita, Roky, è un problema, cazzo, un problema che nessuno ha voglia di risolvere.

in questi giorni che sono stato lontano da internet è successa tanta di quella roba su internet che con la solita rubrichetta non saprei proprio da dove cominciare. però volevo dire che ai concerti di panda bear c’è della gente così.

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roba pesa tipo i korn

(prima leggi questo)

Uber-Time carica che carica per un minuto e mezzo, giusto il tempo di andare a prendere l’armatura, o la tuta dell’Adidas, che è uguale.

Poi stan-ga-daga-da-dàn e parte la prima vera canzone, Olidale (Leave me alone). C’è una chitarra sola, il basso fa lo slap col battipanni e il rullante me lo aspettavo più asciutto. Lui lì urla come un bambino preso a tozze nel culo, il solito modo, niente gibberish nè grugniti, il solito modo triste. Leave me the fuck alone, vent’anni di Fuck e lo pronuncia ancora Puck, come il folletto frocio di Shakespeare. Una coda chitarristica che se ne faceva anche a meno.

La traccia tre (probabile singolo) si chiama Pop a Pill: la ritmica scomposta, i suonini a caso, gli urlacci, la pesantezza gratuita, sembra qualcosa dal primo disco. Poi parla di pillole, dai, come fai a non volergli male. Nel frattempo certo che controllo la posta e faccio le cose: non è più musica che mi inchioda al soffitto, questa, ma forse sono io che sono vecchio. Alla fine si sentono pure loro che chiacchierano in studio, sembra quel documentario che mi ero doppiato in videocassetta in terza liceo.

Oh, il piatto in levare: Fear is a place to live è un titolo tremendo, sembra la scena del Ciclone di Pieraccioni con la spagnola che urla da una parte all’altra del campo di cicoria che il paradiso no es un luego para ir, ma una sensacion para vivir, ma non credo si scriva così. Qui c’è pure la parte parlata con il crescendo (I always get fucked in the end, tanto per chiarire il concetto), e il beat che ti fa ballare e poi ti fa domandare cosa balli a fare, che tanto la vita fa schifo.

Move on, traccia cinque, se uno dei due chitarristi non se ne fosse andato per fare il frate, ecco, sarebbe una bella canzone: la differenza tra questo gruppo e tutti gli altri gruppi che facevano questo genere, a parte la voce, a parte il basso slappato, la differenza grossa erano queste due chitarrine squagliate con sette corde e settemila pedali, e ora ce n’è una sola, e sono uguali agli altri gruppi, credo (non ascolto più ‘sta roba dalla fine delle superiori). A un certo punto dice What the fuck do you want from me?, tanto per chiarire il concetto.

Lead the parade ha lo stesso beat terzinato della prima vera canzone, e nel primo minuto e mezzo Jonathan Davis fa sentire tutte e quattro le voci che sa fare, poi le fa sentire ancora, e ancora. Sì, sono a metà disco e mi sto annoiando. E comunque volevo dire che questo batterista sarà anche biondo platino, ma rimane l’anello di congiunzione tra il fabbro e l’orefice, e noi gli si vuol bene. Poi c’è una coda elettronica che se ne faceva anche a meno.

Let the Guilt Go mi sa che è la canzone più bella del disco.

Traccia otto, The Past, ne mancano ancora quattro, chissà se ci arrivo in fondo. Il chitarrista rimasto si ricorda di avere dei tasti anche dopo il quinto e si degna di mettere qualche notina durante la strofa, poi è il solito sdagadang. Can’t you see the pain in my eyes?, tanto per chiarire il concetto. Ah, nel bridge c’è un battito di mani, giuro, sembra il flamenco dei metallari. Però queste canzoni, in generale, non dovrebbero durare più di tre minuti (questa ne durava cinque).

Terzultimo pezzo: Never Around. Mi sembra un po’ uguale a tutti gli altri. E poi dura cinque minuti e mezzo. Un minuto prima della fine qualcosa rapisce i chitarroni e rimane un arpeggio e tre note di corde scordate, una coda strumentale che se ne faceva anche a meno.

Penultima, dai che ormai è finita: Are You Ready To Live? Lo so che are you ready? ai fan dei Korn fa venire in mente solo una cosa, e in generale questo disco non è niente di che, davvero, non ci fa tornare indietro di dieci anni, e dire che avrebbe potuto, e invece niente, che amarezza: questo pezzo vorrebbe essere Daddy, o Kill You, ma non ce la fa.

Puff, pant, traccia 11: Holding All These Lies. I don’t think I can take this anymore, per chiarire il concetto. Truth is pain, anche. E poi un assolo di chitarra, giuro. E alla fine del disco Jonathan Davis piange. Ma che carino.

Aridatece i nostri sedici anni, quando eravamo molto più bravi a stare male per finta.

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rossa la mosca nero l’ammòr

Salve, sono Mike McReady, ho cinquant’anni e mi metto il gel e faccio gli assoli con la Stratocaster dietro la testa e metto pure il piedino sopra la spia, ogni tanto.

My name is Stone e su questa pietra ci faccio crescere i capelli lunghi e i riff più belli sono tutti i miei.

Jeff Ament ha ancora quella specie di contrabbasso elettrico a pile e pure quell’altro basso a otto corde che usa solo per fare Jeremy, hanno fatto Jeremy, vaccaboia, in scaletta c’erano tante di quelle canzoni di Ten che mi è venuta voglia di giocare a pallacanestro.

Ah, già, la scaletta: Given To FlyInterstellar Overdrive (sì, quella dei Pink Floyd, tipo stacchetto), CorduroyWorld Wide SuicideThe FixerSmall Town (sì, l’hanno fatta), BreathMFC (io ho sempre pensato che volesse dire motherfucker, e invece vuol dire Mini Fast Car, pensa te), Even FlowPresent Tense (mi ero dimenticato di quanto fosse bella questa canzone), Do The EvolutionUnthought KnownPorch.

Primo bis: Red Mosquito insieme a Ben Harper (poi ci ritorniamo), Just Breathe strappamutande, State Of Love And TrustArms Aloft dei Mescaleros (“I’m a religious guy, and every day I look up to the sky to Joe Strummer, which is God”), Jeremy.

Secondo bis: Got SomeOnce (!!!), BlackPublic Image (dei Public Image Limited), AliveRockin’ In The Free Tamburello insieme a Ben Harper e alla sua band che si chiamano Jesse, Jordan e Jason e potrebbero tranquillamente essere Qui e Quo e Qua.

Ecco, due parole su Ben Harper and the Whatever Seven, come li ha chiamati Eddie Vedder a un certo punto: ragazzi, fate ca-ga-re. Noi Ben Harper lo amiamo, lo sappiamo tutti quanto lo amiamo, e sappiamo pure che il Ben Harper che amiamo è esploso in una nuvoletta di melatonina quando ha cacciato via il bassista ciccione e il percussionista clown e il batterista fucile e al loro posto ha preso ‘sti tre bianchetti, Jesse Jordan e Jason che i poveretti, pure le cover dei Led Zeppelin gli fa fare. Salve, noi siamo i Relentless 7 e io sono Ben Harper, dimenticatevi pure gli Innocent Criminals perché io quella roba non la suono più, adesso facciamo rock tipo Led Zeppelin e io sono un gran figo perché vengo a suonare in Italia con una maglietta con sopra scritto IO NON ME NE FREGO, in stampatello, e le jam e gli assoli e le cose, sembrava un concerto anni ‘70, però tutte canzoni nuove, solo canzoni nuove e Heartbreaker dei Led Zeppelin e Red House Blues di Hendrix e Under Pressure dei Queen insieme a Eddie Vedder, il quale, che te lo dico a fare, è un figo anche con i calzoni corti e i calzini bianchi, però Ben Harper è fuori dalla lista dei simpatici, sappiatelo: fai il super-coerente e suoni solo i pezzi nuovi del disco nuovo con il gruppo nuovo? E allora perché Diamonds on the Inside, che sembra Jovanotti? Perché?

Finisce che il concerto degli Skunk Anansie esce trionfante al confronto, e rivedere dopo tipo dieci anni Skin che si lecca il labbro di sopra e dice tryin’ hard to think pure, insomma, qualcosa mi è successo nei pantaloni.

Poi c’è un concerto dei Pearl Jam che vuol dire Matt Cameron alla batteria, e Matt Cameron potrebbe essere migliore solo se fosse Dave Grohl: fa pure i cori, non hanno suonato Better Man e quindi mi sono perso la rullata prima dell’ultimo ritornello, ma fare dei concerti della madonna con un batterista così è il proverbiale gioco da ragazzi.

Poi c’è Eddie Vedder che stappa due bottiglie di vino e si fuma quattrocento paglie e si dimentica il testo della prima strofa di Alive, ma va bene uguale, non hanno fatto né Daughter né Rearviewmirror, ma va bene uguale, non è tornato fuori alla fine a suonare Soon Forget sopra le macerie, ma va bene, il pubblico italiano sono i soliti morti di sonno che non chiedono un bis nemmeno quando mangiano le tagliatelle, ma io sono stato a un concerto rock, ma talmente rock che adesso posso ascoltarmi altri dieci anni di gruppi finocchi sconosciuti e la tacca del testosterone sarà sempre in rosso.

Alla sua bottiglia di rosso Eddie ha detto che l’amore può avere tanti colori, e ogni tanto il colore dell’amore è nero, e poi è partita Black, e io continuo a chiedermi com’è che sei diventata la stella nel cielo di qualcun altro, maledetta, me lo chiedevo scemo a sedici anni e me lo chiedo scemo a ventotto, uguale, lo stesso amore nero: everything has changed, absolutely nothing’s changed, mi veniva da piangere, maledetti. Io, davvero, quelli a cui non piacciono i Pearl Jam faccio proprio fatica a capirli.

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le gambine della O

1. Ha voglia di comandare . Sta tutta negli enormi semicerchi delle C: più largo è il raggio, maggiore è il desiderio di essere un leader.

2. È un visionario .La T maiuscola non scherza mai: se il verticale non si incontra con l’orizzontale, se insomma rimane uno spazio vuoto, ecco, quello spazio vuoto verrà riempito di visioni. Un visionario è uno che passa più tempo a sognare che a far quadrare i conti. É uno che vede nel futuro, anche. Tra il verticale e l’orizzontale delle sue T ci passa un treno.

3. È efficiente . Il suono TH si legge più o meno come la zeta, e scrivere queste due lettere attaccate, senza spazi vuoti, ecco, questo significa che il soggetto è efficiente, vuole le sue cosine fatte per bene e non le abbandona finché non sono terminate.

4. È solYtarYo . Guarda quant’è lunga la coda della sua Y. Il desiderio di lavorare in solitudine è misurato da quei millimetri. Oltretutto, la coda della Y è una specie di termometro del livello di energia (di nuovo: più è lunga la coda, maggiore è l’energia del soggetto). Insomma, a uno con la coda lunga della ipsilon bisogna lasciarlo in pace a fare le sue cosine.

5. Litiga volentieri con le femmine . Ogni tanto sulla C spunta un ricciolino, e quel ricciolino vuol dire che ogni tanto ti prenderei a schiaffoni, guarda. Ci sono le relazioni di coppia stabili, serene, divano e microonde e darsi spesso ragione e litigare ogni tanto per una cazzata, così, per tenersi in allenamento. Poi ci sono i ricciolini delle C: quando spunta il ricciolino della C significa che non vuoi una femmina remissiva, ma preferisci quella tensione erotico/intellettuale che ogni tanto ti prenderei a schiaffoni, guarda.

6. Gli piace essere vestito bene . L’antenna verticale della d minuscola: più è lunga, maggiore è il desiderio del soggetto di essere apprezzato per la propria eleganza.

7. Il mondo gli fa un po’ schifo. C’è un rigonfiamento in cima alla K, e quel rigonfiamento sta per esplodere, come una boccia con dentro uno straccio infuocato. I gonfiatori di K sono gente che lotta contro il Sistema, gente pericolosa, gente che pensa, ma pensa te.

8. Giustifica le sue opinioni (a volte) . La misura grafica della capacità argomentativa è lo spazio tra la gambina verticale della P e il semicerchio che la chiude: nel campione esaminato, questo spazio è apprezzabile solo una volta. Questo significa che il soggetto, se proprio deve spiegarti le sue ragioni, te le spiega una volta sola, poi se non le capisci cazzi tuoi.

9. È ottimista . In generale, una scrittura che tende ad andare all’insù è la scrittura di uno che sta bene.

10. È un ascoltatore selettivo . Le ampiezze dei bucanini delle O e delle E minuscole ci dicono il livello di attenzione, e queste E strettissime sono le E di un ascoltatore selettivo: segue quello che gli va di seguire, il resto rimane grigio ai bordi della conversazione.

11. È onesto . Quando le tue O sono dei tondi fatti e finiti, senza gambine fuori o secanti dentro, ecco, sei una persona onesta.

12. Ha dei segreti . Ecco, non tutte le O sono uguali: ogni volta che ti scappa una gambina fuori dalla O, ogni volta che la tagli con un ricciolo secante, ecco, ogni gambina è una storia che non hai mai raccontato a nessuno.

13. Le pugnalate nella schiena . C’è un altro modo di infilare delle gambine nella O, ed è quando il ricciolo spunta sulla sinistra, per ultimo, dopo un giro antiorario: questo desiderio di riavvolgere il tempo è mosso dal tradimento, dall’angoscia di essere tradito o dalla colpa di averlo fatto.

14. I cerchi concentrici . Se ti scappa un’altra O più piccola all’interno della O principale, se insomma la mossa centrifuga è vigorosa, quella è la forza del tuo rifiuto verso una cosa brutta che ti è successa nella vita. C’è anche chi disegna le O concentriche, sì.

La dottoressa Donna Schwontkowski, giuro, non è un nome inventato, la dottoressa Schwontkowski ha fatto una perizia calligrafica su Johnny Cash. Lo studio della calligrafia non è una scienza esatta, ma d’altronde nemmeno la patafisica. E poi contraddire Donna mi sembra brutto.

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