ah ah, ha detto Calendula
Marigold in inglese vuol dire Calendula, il fiore. Provaci te a essere un batterista rock e ad andare dai tuoi compagni di gruppo e dire Ciao ragazzi, avrei scritto una canzone. Ah ah, ridono. Si intitola Calendula. Ah ah ah ah, ridono il doppio. Com’è il testo?
L*i è qui, nel caso che io me ne vada.
L*i ha paura, perché l’ho avvisat*.
L*i ha paura, perché mi prenderò tutto.
L*i ha paura, perché ho vinto io.
Tre strofe, sempre uguali. Poi c’è il ritornello che dice:
Beh, l’orologio è lento.
Sei foto a colori di una calendula,
tutte in fila.
E basta?
E basta.
Suonala.
Ehm, l’avrei già registrata.
Come, l’avrei già registrata?
Eh, in studio, quando non c’eravate, con le sovraincisioni.
Uhm.
Eh.
(…)
(…)
Che faccio, premo play? Ho portato la cassetta.
Cosa vuoi, gli applausi sulla fiducia?
No, no: vado.
Il tasto con il triangolo scrocca sotto il ditone calloso del batterista rock e il secondo suono che si sente è lui che dice Sorry. In realtà sta dicendo it’s all right alla svelta: ‘tsolrài, sorri, quasi uguale. La faccia del cantante del gruppo rock, la faccia del bassista del gruppo rock.
Un riff di chitarra acustica che sembra un po’ In Bloom, una canzone che il cantante del gruppo rock scriverà sei mesi dopo. Marigold, calendula, è un demo: c’è una chitarra acustica e una voce, e nel ritornello il batterista rock (dai, Dave Grohl, l’avevi capito) si fa i coretti da solo, come farà da subito e per sempre nel gruppo rock di cui è batterista (dai, i Nirvana, l’avevi capito), e io se potessi essere una mosca che viaggia nel tempo vorrei volare nella sala prove dei Nirvana la prima volta che Dave Grohl ha alzato la mano e ha detto: Ecco, amici, scusate, avrei scritto un canzoncino anch’io.
Le risate. Le doppie risate.
Dave Grohl è uno sveglio, dieci a uno che ha scelto uno spazio meno solenne e un diverso momento di lucidità per fare annusare la sua calendula a Kurt Cobain: gli avrà cantato il ritornello dell’orologio lento sul divano del soggiorno (vivevano insieme), o più probabilmente l’ha scritta in cucina mentre Cobain preparava il latte con i cereali o basava la bamba, che ne so io di quello che faceva Kurt Cobain a colazione.
Uno diventa cantautore quando non si vergogna a cantare i suoi testi di fronte ai suoi migliori amici, perché a fare i fenomeni in terra straniera sono buoni tutti: “La gente, se gli dici che sei un artista, finisce che ci credono” (mio zio). Ci credono perché non ti conoscono, zio. Amici e parenti e conoscenti, invece, se non sapevano che scrivevi le canzoni, ecco, le prime volte è tremendo. Poi possono succedere due cose: se eri simpatico, diventi simpaticissimo; se eri uno stronzo, hai già capito. Guarda che è difficile aprire la bocca e cantare delle cose di fronte alla gente.
Prendere in mano le bacchette e suonare, invece, niente niente che sai fare, è facilissimo: la gente ama i batteristi, un assolo di batteria è come un incidente automobilistico, il batterista sta zitto e mena come un fabbro e ha un bonus di figosità-senza-sforzo che il cantante deve guadagnarsi a furia di mossettine del culo. Ecco, un batterista che si mette in piedi davanti a un microfono al centro del palco con una chitarra in mano, o anche senza, il batterista che rinuncia alla rete di protezione sociale di cassa e rullante, il batterista che scopre per la prima volta quanto possono essere stronzi gli amici quando gli fai sentire i tuoi testi, ecco, quel batterista lì ha tutta la mia stima. Tipo J. Tillman, anche, ma magari di J. Tillman ne parliamo un’altra volta.
(certo che avrei potuto fare l’esempio di Phil Collins e dei Genesis, ma non sono mica Luca Sofri)
(1 year ago)